In Italia sono quasi due milioni, in Europa quasi dieci, pari al quattro per cento della forza lavoro complessiva, più o meno il doppio rispetto ad appena una decina d’anni fa . È un vero e proprio esercito, quello dei freelance, di cui traduttori e interpreti fanno oggi parte in maniera sempre più consapevole. I professionisti della mediazione linguistica e della localizzazione, fino a ieri “esecutori” isolati, prestatori d’opera “diligenti” solo vagamente a conoscenza dei propri diritti, oggi fanno rete, condividono esperienze, dubbi e rivendicazioni. Perché lavorare in proprio ha in sé molti vantaggi – fra cui la possibilità di scegliere come, quando e dove farlo – ma anche diversi lati oscuri, a partire dall’instabilità dei redditi e dall’incertezza sulle forme di tutela a nostra disposizione. Ecco perché è fondamentale che i freelance capiscano l’importanza di coalizzarsi per migliorare le proprie condizioni lavorative, ed ecco perché è con particolare orgoglio che la Giornata del Traduttore, quest’anno, aderisce alla seconda edizione della European Freelancers Week, che si terrà dal 7 al 15 ottobre 2017. Ne abbiamo parlato con Francesca Pesce, vicepresidente di Acta – l’Associazione dei Freelance nonché fra i coordinatori per l’Italia dello European Freelancers’ Movement, il network di associazioni nazionali di freelance e reti di coworking che organizza l’evento.

È interessante: in un momento in cui l’Europa, dal punto di vista politico, pare tutt’altro che “unita”, i lavoratori autonomi del Vecchio Continente fanno invece fronte comune per migliorare le proprie condizioni professionali, mostrando in questo una lungimiranza ben maggiore di chi ci governa. Ci racconti un po’ come è nata l’idea della Freelancers Week e come ha visto poi definitivamente la luce?

L’idea è nata parlando tra tre amici di tre paesi differenti. Sognavamo la possibilità di organizzare un evento in contemporanea tra più paesi. L’abbiamo proposta ad altri, che si sono dimostrati scettici perché alcuni paesi hanno già una propria giornata dedicata ai freelance. Per un po’ abbiamo accantonato l’idea. Poi nel gruppo romano di Acta, due anni fa, discutendo di programmi e azioni future ci siamo detti che sarebbe stato bello organizzare un evento europeo partendo dal basso. E così ho chiamato gli altri due amici e ho detto: ragazzi, partiamo intanto noi! Il nostro micro-obiettivo per il primo anno era diffondere questa idea, e cercare di creare almeno 10 eventi. Alla fine gli eventi in Europa sono stati 65! E tutto soprattutto grazie a Matija Raos, il presidente dell’Associazione croata, che ha costruito la piattaforma, il sito e ha reso tutto possibile. Io, Joel Dullroy e Marco Torregrossa ci abbiamo messo certo parecchio impegno, ma senza Matija non ci sarebbe stata una European Freelancers Week nel 2016.

Come si strutturerà l’iniziativa quest’anno? Che genere di eventi vi rientreranno e dove? Ci sarà un tema chiave comune?

Non ci sarà un tema comune. Preferiamo ripetere l’esperienza dello scorso anno, che ci sembra vincente: lasciare libertà a tutti di esprimere il proprio modo di essere freelance, senza imbrigliare la discussione o le iniziative. Non vogliamo costringere nessuno a riflettere su un dato tema, oppure a lottare per un particolare diritto. Non è questo lo scopo della European Freelancers Week. L’obiettivo è farci sentire e anche riconoscerci reciprocamente. Una specie di Pride.
Di conseguenza, non posso rispondere alla domanda su come si strutturerà, proprio perché non è prevista una struttura. L’anno scorso ci sono stati incontri ludici, formativi, dibattiti, aperitivi, feste. Quest’anno immagino che ogni realtà si esprimerà a suo modo. Ad esempio, molti coworking apriranno la loro struttura gratuitamente ai freelance in quei giorni. Oppure ospiteranno degli incontri. In Italia ci sarà la Giornata del Traduttore a Pisa, mentre a Milano Acta sta organizzando un evento e a Roma pensiamo di tenere degli incontri di formazione.

Sei una traduttrice finanziaria: quali sono a tuo avviso, gli aspetti positivi – e anche quelli negativi – legati al lavorare in proprio che maggiormente si fanno sentire per chi come noi opera nel settore della mediazione linguistica e della localizzazione?

Beh, io non riesco ad immaginare il mio lavoro non in proprio. Immagina di lavorare come traduttrice in una azienda: trascorrere decenni a tradurre sempre le stesse cose. Un incubo. Lavorare in proprio significa avere clienti sempre diversi. Cambiare. Significa anche che è più facile un giorno decidere di cambiare vita. Non servono neanche le dimissioni. Di positivo c’è anche la maggiore libertà di orario di lavoro, poter scegliere quanto lavorare. Noi poi possiamo anche decidere il dove. Ci basta un portatile e una connessione.
Di negativo: il calo delle tariffe legato allo sviluppo tecnologico e alla maggiore concorrenza. Quindi siamo costretti a migliorare, a guardarci in giro. A non dormire sugli allori.

Noi traduttori e interpreti veniamo spesso accusati di “mancanza di mentalità imprenditoriale”: secondo te in che modo eventi come la Giornata del Traduttore possono contribuire a cambiare questo stato di cose?

Moltissimi lavoratori freelance non hanno una mentalità imprenditoriale. Ma bisogna capirsi: noi non siamo propriamente imprenditori, neanche imprenditori di noi stessi. Tuttavia, è indispensabile che ci dotiamo di una serie di conoscenze e strumenti, altrimenti rischiamo di lavorare gratis, di non riuscire a sopravvivere, di trovarci in difficoltà col fisco, o di fare concorrenza sleale ai nostri colleghi. Eventi come la Giornata del Traduttore possono contribuire ad aprire gli occhi su questi aspetti, e ad accrescere le competenze che noi chiamiamo “trasversali”. Anche il semplice fatto di ritrovarsi e confrontarsi tra colleghi aiuta a imparare.

Come immagini il futuro del movimento freelance in Europa e nel nostro Paese? Se potessi esprimere tre desideri, quali sono i tre traguardi più importanti che ti auguri vengano raggiunti il più presto possibile?

Questa è la domanda più difficile di tutte.
Se proprio devo sognare, allora sogno in grande.
Il massimo dei traguardi sarebbe quello di avere le stesse regole di welfare e fisco per i freelance di tutta Europa, magari sul modello del paese migliore. Per poterci muovere liberamente.
Poi mi accontenterei anche di molto meno. Vorrei che il movimento freelance avesse la possibilità di parlare direttamente con il Parlamento europeo. Al momento ancora non ci riusciamo.
Terzo, più terra terra: vorrei che il movimento europeo dei freelance venisse finanziato dall’Europa (così come vengono finanziati i sindacati e tante altre realtà associative). In questo modo riusciremmo ad attivare realtà anche in tanti paesi dove ancora non ci sono associazioni. E riusciremmo a essere molto più efficaci.