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Ogni anno, la scelta del tema della Giornata del Traduttore solleva vivaci scambi di opinioni tra gli organizzatori: se ne discute per giorni, a volte anche settimane, ma alla fine il risultato accontenta sempre tutti. Perché ci sono alcune caratteristiche di questa iniziativa che per chi l’ha ideata (come anche per chi vi partecipa) rimangono punti fermi, e fungono da faro in ogni decisione comune. Una di queste è la forte tensione verso il futuro: ci interessano da sempre le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, il nuovo volto che la professione di traduttore sta assumendo man mano che gli anni passano, i mutamenti culturali e sociali che ci toccano più o meno direttamente.

Questo perché per noi un buon traduttore deve essere capace di fondere competenze tradizionali, capacità di marketing, intuito per le innovazioni e le cosiddette “soft skills” in un’unica figura caleidoscopica e, appunto, proiettata verso il futuro.
Non solo: siamo convinti che un futuro migliore sia possibile solo lavorando insieme, creando occasioni di networking e scambio di informazioni, sulla scia della cosidetta teoria dello sciame, secondo cui i sistemi auto-organizzati, come ad esempio quelli presenti nel mondo animale, riescono a sviluppare una sorta di “intelligenza collettiva” da cui scaturiscono azioni complesse. I traduttori funzionano ormai un po’ così: la generosità con cui, soprattutto attraverso blog e siti personali, ci scambiamo dritte, informazioni, dati, ci sta rendendo più consapevoli e forti come categoria.
In un innegabile circolo virtuoso, poi, un luogo di incontro virtuale dà vita a molti emuli, per cui un traduttore alle prime armi che abbia “approfittato” del racconto di un collega più esperto può magari decidere, quando giunge il momento, di offrire a sua volta contenuti originali, aumentando le idee in circolo e la possibilità di scelta.

Ecco, appunto: la possibilità di scelta. Se non abbiamo l’anima del detective e non sappiamo nemmeno noi cosa cerchiamo esattamente, come fare a orientarci e a decidere cosa fa per noi tra le decine di blog e profili social che abbiamo a disposizione? Non potremo mica passare tutte le nostre giornate lavorative a leggere post altrui, giusto?

Il criterio di scelta del blog ideale è per noi molto semplice: come per le interazioni che si verificano nel mondo reale, anche nel web le cose più importanti sono la genuinità e la produzione di contenuti qualitativamente gradevoli, originali e autentici: ergo, più originale e autenico è il blog, più appassionante e utile risulterà la lettura.

Ecco perché quando abbiamo deciso di selezionare alcuni dei nostri blog preferiti, o meglio alcuni dei blog che negli ultimi mesi hanno catturato la nostra attenzione, abbiamo scelto quelli che vedrete indicati qui sotto: non perché siano necessariamente i migliori o i più riusciti in circolazione, ma perché affrontano il tema della traduzione con strumenti inediti o da punti di vista insoliti. Perché dicono del loro autore più di quanto fanno altri blog simili; perché hanno un’ottica personale ma offrono spunti utili e generalizzabili; e perché, anche nel caso di quelli che ancora devono ingranare, hanno imboccato una via mai percorsa prima (almeno non allo stesso modo).

Un blog imperdibile per completezza e pragmatismo è Want Words, di Marta Stelmaszak, in particolare la sezione intitolata Business School for Translators. In 140 lezioni numerate (sono 140 finora, naturalmente), Marta ci guida attraverso i dubbi più comuni che un traduttore freelance si trova ad affrontare quando decide di intraprendere la professione; dal segreto del successo di un traduttore alle dritte su come compilare un CV, Marta ha la risposta giusta per chiunque sia ben deciso ad affrontare la carriera di traduttore come un vero e proprio percorso imprenditoriale: in salita, sì, ma fattibile, con la giusta grinta e una disciplina di ferro.

Da una collega di comprovata esperienza a una che si affaccia adesso nel magico mondo del freelancing: Ilaria Corti. Del suo blog (ancora in fase di avvio, come del resto la sua carriera) ci piace il taglio da “esperimento sociale”. Nella sua bio Ilaria racconta che, quando ha deciso di voler fare la traduttrice, si è concessa un anno per riuscirci, per trasformare concretamente il suo sogno in realtà, per raggiungere risultati misurabili e oggettivi. È un’idea che ci è piaciuta subito, perché è coraggiosa e originale; inoltre, visto in quest’ottica, il blog diventa una sorta di diario di bordo, uno strumento di riscontro costante e in tempo reale dei suoi risultati, caratteristica che permette a chi legge di tifare per lei e di ricordarla, tra le molte altre aspiranti colleghe che scrivono sul web. Se non posso ancora parlare dall’alto della mia esperienza, avrà pensato Ilaria, allora parlerò della mia esperienza, passo passo. Brava!

Un altro blog che ci piace moltissimo è in realtà una rubrica in una pubblicazione “fluida”, che si colloca a metà strada tra la rivista letteraria e il blog, gestita da Giacomo Verri. Si tratta di Dire quasi la stessa cosa, spazio libero e aperto dove alcuni traduttori editoriali raccontano della loro traduzione del cuore. Idea non originalissima, potreste obiettare voi (ad esempio, un esperimento simile era stato dato alle stampe qualche anno fa da Azimut, grazie all’intraprendenza della traduttrice Chiara Manfrinato, curatrice del bellissimo volume – ahimè ormai introvabile – Il mestiere di riflettere), e invece secondo noi molto azzeccata: intanto, perché offre ai traduttori editoriali uno sguardo privilegiato sui “taccuini di lavoro” dei colleghi; e poi perché la resa della prosa, cioè ciò di cui principalmente si occupano i traduttori editoriali, presenta sfide e difficoltà tutte sue, che si comprendono meglio quando sono riferite dalla viva voce di chi le ha affrontate.

Sempre ai traduttori editoriali (ma non solo) si rivolge la rubrica del blog Senzaudio dedicata alla traduzione e curata da Stefania Marinoni, dal titolo Senzatraduzioni. Cosa ci piace dell’approccio di Stefania? Che è fresco e senza peli sulla lingua: dal (mancato) pagamento delle royalties agli effettivi costi del prodotto libro (e di uno dei suoi creatori, il traduttore), Stefania non ha paura di raccontare le cose come stanno o di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Smessi i panni della traduttrice di romanzi timorosa e tremebonda, affronta ogni questione, anche la più spinosa, col piglio di una giornalista di inchiesta, scavando finché trova una risposta soddisfacente.

Un’altra gradevole novità è costituita da Linguaenauti, “dedicato agli esploratori di lingue, di professione o per passione” secondo le parole della sua ideatrice Eleonora Cadelli. Ci piace perché è aggiornato con frequenza e scritto con cura, e perché l’autrice lo ha strutturato quasi come una rivista, con tanto di diverse sezioni dedicate a diversi argomenti: A Free(lance) Life, un diario di lavoro e di vita; Con parole loro, che ospita interviste a traduttori, autori, docenti e professionisti di ogni genere; Derive, dove Eleonora approfondisce spunti specifici o piccole curiosità; Les Intraductibles, dove vengono presentate, come dice il titolo stesso, sfide traduttive all’apparenza irrisolvibili; e infine Wrong in Translation, una sezione che raccoglie gli errori di traduzione più clamorosi e con le conseguenze più durature della storia.

Se avete una passione per le parole, vi consigliamo una rubrica che è anche un lavoro di squadra. Incontratesi per caso, Elisa Farina e Chiara Zanardelli hanno subito intuito le potenzialità del lavoro in coppia, e hanno dato vita alla rubrica “Come si traduce?” ospitata sul sito-blog Traduzione Chiara. “Come si traduce?” è un appuntamento settimanale in cui le colleghe parlano di terminologia e cercano di sfatare il mito del “traduttore-dizionario”.
Muovendosi agilmente in ambito finanziario, legale, gastronomico e politico, Chiara ed Elisa trattano ogni termine analizzato come un piccolo mistero da risolvere: ecco perché i loro post risultano appassionanti anche per chi non è interessato a quelle discipline specifiche. Come se non bastasse, hanno deciso di sfruttare un’affinità elettiva per potenziare le loro chance professionali: e noi di doppioverso, in quanto “coppia di fatto lavorativa”, approviamo ovviamente a occhi chiusi!

Non poteva mancare in questa ideale classifica Valeria Aliperta col suo The Stylish Freelancer: piaccia o meno l’approccio un po’ glamour che Valeria ha cercato di dare alla sua professione, è innegabile che il suo modo di leggere se stessa è originale e spavaldo. Immagine curatissima, attenzione maniacale alla grafica e alla scelta dei colori, costellazione social altrettanto gradevole: quello di Valeria non è un blog, è un brand. Anche i temi affrontati sono coerenti con l’immagine iniziale: dai consigli su come fare una buona prima impressione alle ragioni per cui è consigliabile staccare la spina ogni tanto, Valeria fa del personal branding uno stile di vita, aspirando a dare a ogni freelance la sua immagine personalizzata (perché non di sole cartelle macinate vive il traduttore). Ci piacerebbe che scrivesse di più, ma per ora la promuoviamo per aver tentato di conciliare due mondi all’apparenza opposti, la traduzione (o interpretazione) e l’estetica.

Per chiunque sia appassionato di lingue (e soprattutto per quei colleghi che preferiscono un approccio più “tecnico” alla traduzione) è infine imperdibile il blog Terminologia etc., dove Licia Corbolante si occupa di “terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche”. Le ragioni per cui questo blog compare qui sono diverse: la prima è che si tratta di una fonte di informazioni affidabile e puntualissima, dove trovare risposte ai più variegati dubbi su lingua e traduzione; c’è poi il fatto che Licia è “sempre sul pezzo”, per così dire: se in questi giorni si occupa infatti di Cupping (o meglio, spiega lei, coppettazione), ovvero “la pratica che prevede che alla pelle vengano applicate delle piccole campane di vetro dette coppette (in inglese cup) in cui viene creata una pressione negativa: agiscono così come ventose che richiamano il sangue in superficie, apparentemente con effetti antidolorifici” di cui si stanno avvalendo alcuni atleti olimpici, in passato ha sviscerato altri termini riguardanti l’attualità politica, economica, sportiva, dalla stepchild adoption (o adozione del configlio), agli anglicismi istituzionali (a volte clamorosamente sbagliati) come social act.
Infine, l’ultima C’è un’altra ragione per leggere il suo blog, ed è la stessa per cui vi consigliamo di dedicare qualche ora anche agli altri: è interessante anche per i non addetti i lavori e ci permette di crescere, come categoria e come professionisti, ogni giorno un po’, e per giunta divertendoci.

Infine, ci concederete una piccola deriva autoreferenziale: se dopo questo pieno di ottimi post vi avanza un po’ di tempo, fatevi un giro su doppioverso, la creatura senza la quale la nostra attenzione per il mondo dei blog sarebbe rimasta a dir tanto tiepida. Il motivo per cui, dopo un anno e mezzo di impegno, doppioverso suscita ancora il nostro entusiasmo, è che a tutt’oggi crediamo a ciò che ne abbiamo detto all’inizio: doppioverso non è un sito o un blog, ma “un’avventura, uno ‘state of mind’. Fondamentalmente, è la storia di un incontro: il nostro incontro.” Verissimo. Ma è anche la storia dell’incontro di noi autrici con i nostri colleghi, che hanno letto i nostri post e ci hanno dato fiducia. E poiché la cosa più utile uscita dalle nostre tastiere ci sembra ancora la rubrica “doppioverso risponde”, dove cerchiamo di sciogliere i dubbi che ci arrivano via email da colleghi e aspiranti tali, è un po’ come dire che la cosa migliore di doppioverso sono i suoi lettori. Grazie, quindi, e buona lettura!