Melani Traini, traduttrice e linguista con una vasta esperienza nella traduzione editoriale e non, è la nostra terza relatrice intervistata. Nella giornata del 19 ottobre, terrà un laboratorio sull’autorevisione (e autocoscienza linguistica), fase fondamentale che si colloca tra la traduzione di un testo e la consegna di quest’ultimo.

Perché, secondo lei, molti detestano o considerano secondaria la fase di autorevisione?
La fase di autorevisione è detestata, ma più la detestiamo più capiamo che non è secondaria. È detestata per due ordini di motivi. Il primo è perché richiede tantissimo tempo: a volte ci troviamo alla fine del nostro testo tradotto, quasi pronti a consegnare, stanchi e con nessuna voglia di rileggerlo ancora, ma sentiamo il bisogno di rileggere tutto e magari anche di intervenire molto su delle parti che speravamo di aver risolto e questo ci frustra perché, man mano che andiamo avanti, a volte vorremmo riscrivere tutto e non sempre c’è il tempo di farlo; questo capita soprattutto a chi è nei primi anni dell’esperienza del lavoro di traduttore e quindi deve imparare a dosare molto bene il rapporto di tempo tra la traduzione e la revisione. Un altro motivo per cui è detestata è perché umanamente ci mette di fronte ai nostri errori e alle nostre incapacità: magari ce l’abbiamo messa tutta a fare bene la traduzione però poi rileggendoci, qualche giorno dopo o qualche mese dopo nel caso di un libro, diciamo “Pensavo di essere brava, ma ho sbagliato tantissime cose. Ma perché?!”. In questi mesi mi sto divertendo ogni tanto a leggere degli status su Facebook di nostri colleghi, mettendo a fuoco soprattutto quelli sull’autorevisione, e sono quelli più frustrati, sono quelli del “Ma perché ogni volta che mi rileggo sono così delusa di me stessa?”; insomma, è un processo introspettivo niente male ma fondamentale per la buona riuscita di una traduzione e di una consegna.

Quali sono le “insidie” che si nascondono dietro tale fase?
Ce ne sono varie, e in fondo molte sono condivise con quelle della traduzione. Se pensiamo, per esempio, ai traduttori che tendono a non risolvere subito tutti i problemi fino all’ultimo dettaglio ma cercano intanto di mettere in archivio la traduzione completata e poi di tornare con più calma, se c’è tempo, sulla traduzione, per loro si porrà il problema di dover poi riaffrontare tutta una serie di problemi. Per altri che magari sono più attenti allo stile, si passerà molto tempo a rileggere più e più volte una frase in modo che sia bella e scorrevole e questo porta via tempo perché, a volte, dopo aver tradotto un testo sappiamo già un po’ a memoria ciò che abbiamo scritto e quindi siamo meno critici su quello che andiamo a leggere dopo perché fondamentalmente ci ricordiamo ancora il testo di partenza; invece ci viene richiesto lo sforzo di “uscire da noi stessi” e di rileggerci come se fossimo il fruitore finale del testo che abbiamo scritto, quindi c’è uno sforzo di fantasia e immedesimazione che magari a fine traduzione non siamo così freschi da fare bene ma che ci viene richiesto proprio in questa fase.

Nella sua esperienza di traduttrice editoriale, quale percentuale del tempo complessivo dedica alla fase dell’autorevisione?
Col passare del tempo, sempre di più. Sono partita dalle prime esperienze nei primi anni di traduzione dei primi libri in cui dicevo: “D’accordo, ora traduco per tre mesi questo libro, poi l’ultima settimana rileggo e rimando.”; la settimana non basta mai, dopo un po’ sono diventate due settimane, se possibile anche tre settimane, tre riletture, insomma non mi basterebbe mai e vorrei sempre rileggermi, e ogni volta cambierei delle cose. Questo dipende anche da come ognuno è fatto e dal perfezionismo “malato” che noi traduttori abbiamo tutti, però si consiglia di dedicare a questa fase più tempo di quanto pensereste all’inizio. Credo che chiunque mi stia ascoltando si sia ritrovato/a in questa esperienza, quindi non dico metà traduzione e metà revisione di tempo perché sarebbe bello avere tre mesi per rileggersi, però non sottovalutate questa fase, e questo è un consiglio di cuore.

In che modo si aspetta di arricchire coloro che parteciperanno al suo laboratorio pratico?
Dopo aver parlato di teoria della traduzione e della revisione, perché esiste anche una teoria della revisione, lavoreremo completamente su dei testi in lingua inglese e in lingua tedesca, che è diventata la mia principale lingua di lavoro, e cercheremo di rileggere, di revisionare questi testi e di autorevisionarci nel massimo spirito critico possibile. Vedremo le più probabili insidie, per esempio nel caso dell’inglese l’ordine delle parole, il fatto che il soggetto sia sempre in posizione preverbale, il fatto che certi complementi siano sempre in un certo punto della frase mentre in italiano no. L’italiano ha dei bellissimi modi di cambiare il focus sui componenti sintattici della frase, che noi possiamo usare come norma per rendere la frase più incisiva in un verso o nell’altro, quindi guarderemo questi “trucchi del mestiere”. Guarderemo anche i trucchi del mestiere relativi alla revisione in sé, quindi il tipo di attenzione da dedicare, riconoscere le fasi della traduzione in cui eravamo più stanchi e in cui tipicamente troveremo più errori, quindi dei modi per “acuire i nostri radar” e sapere dove quasi sicuramente troveremo qualcosa su cui intervenire.