Abbiamo intervistato Alberto Notarbartolo, vicedirettore di Internazionale, che nel convegno del 20 ottobre farà un intervento intitolato “La scrittura veloce: traduzione e editing di testi giornalistici”. Ecco come ha risposto alle nostre domande:

Ci potrebbe raccontare cosa succede nella redazione di Internazionale nelle ore precedenti l’uscita della rivista?

Per fare un numero di Internazionale ci vogliono più o meno tre settimane. Però è nella settimana prima dell’uscita del numero che impaginiamo, facciamo l’editing di tutti i testi, scegliamo le foto, la copertina, i dettagli. Mezzo giornale viene tradotto con largo anticipo: sono articoli che abbiamo già in redazione tradotti nel momento in cui cominciamo a lavorare per quel numero. Il resto degli articoli, quelli più di attualità, vengono decisi e tradotti tra lunedì e mercoledì per essere chiusi completamente mercoledì sera (il giornale va in tipografia tra martedì sera e mercoledì sera, il numero esce in digitale il giovedì e in edicola venerdì). Quindi, sostanzialmente il giorno di chiusura è il trionfo del nostro lavoro perché facciamo ciò che facciamo tutto il tempo, ma più in fretta, con articoli che vengono scelti dai singoli editor delle diverse parti del giornale, persone con competenze diverse. Il traduttore quindi si vede piovere un articolo di cui non sa nulla e che magari parla di cose delle quali non si è mai occupato. Noi siamo tutti in redazione, chini sul nostro computer, che aspettiamo il lavoro che i traduttori ci mandano in poche ore. Poi comincia il processo di editing attraverso il quale passa tutto il giornale. Internazionale fa un lavoro di editing molto puntuale e con una gran quantità di passaggi, più di quelli attraverso cui di solito passa un libro: un testo di Internazionale viene rivisto dal traduttore, dall’editor che l’ha scelto, da un copyeditor che fa un ulteriore editing, da un vicedirettore o direttore che si ripassa tutto giornale tra lunedì e mercoledì, e da un correttore di bozze. Sono quattro passaggi. Ma ogni tanto gli errori capitano lo stesso!

Cosa intende dire quando parla di una traduzione “veloce”?

Tradurre mette i traduttori di fronte a un problema: essere rapidi senza che questo vada a discapito della qualità del lavoro. Una caratteristica dei testi che ci piacciono a Internazionale è quella che mi ha fatto venire in mente questo titolo che parla di velocità: noi puntiamo a una lingua italiana rapida, d’uso, che non cada nel difetto che troppo spesso trovo nelle traduzioni e prima ancora nella scrittura di gran parte di chi lavora con l’italiano scritto, anche se è una persona molto preparata per farlo. Secondo me è un difetto che noi italiani ereditiamo dalla scuola, già dalle medie: si tende a usare un italiano più ricco possibile, che predilige parole arzigogolate e che suonano più importanti e altisonanti ad altre più semplici e scorrevoli. Per esempio, “predilige” difficilmente uscirebbe su Internazionale, meglio “preferisce”. È questo il tipo di atteggiamento a cui penso, la rapidità che chiedo a chi fa le traduzioni: usare una lingua che possa essere letta da tutti, che abbia un minimo comune denominatore forte. Internazionale si occupa spesso di argomenti su cui gran parte dei lettori non è preparata, in molti articoli di Internazionale c’è una difficoltà inevitabile nella comprensione completa del contenuto. Quindi, perlomeno, dobbiamo dare ai lettori un testo che sia più facile possibile da leggere. Molti di noi invece non hanno l’abitudine di parlare e scrivere così; gran parte dei traduttori e degli italiani che scrivono, che hanno una cultura, che hanno studiato, usano spontaneamente parole più lunghe del necessario.

Quali sono alcune delle “priorità diverse” del traduttore giornalistico che introdurrà nel suo intervento alla GdT?

Faccio degli esempi, che ho utilizzato anche in una lezione che ho tenuto in un’università a Milano e che avevo intitolato “Non rappresenta, è”. Il verbo “rappresentare” non viene usato quasi mai da Internazionale, e non solo perché dal punto di vista pratico è lungo e porta vita più spazio: se per esempio esaminiamo la frase “l’incontro della Giornata del Traduttore rappresenta una tappa fondamentale dell’educazione degli studenti”, ci chiediamo “lo è o non lo è?”; se lo è, lo è, dunque scegliamo “è una tappa fondamentale”. Un altro esempio: noi sostituiamo “soltanto” con “solo”. Non c’è differenza, vogliono dire la stessa cosa, ma “solo” è più corto, più veloce.
Certo, questo impoverisce la lingua. A volte l’italiano che si legge su Internazionale rischia di essere un po’ “terra terra” e il traduttore può chiedersi perché, avendo molti sinonimi a disposizione, lui deve scegliere sempre la stessa parola, magari la più noiosa. Non è che una è giusta e l’altra sbagliata, è semplicemente una scelta: in fin dei conti tutta la traduzione è fatta di scelte. Un caso frequente capita con i testi dall’inglese, una lingua che si può permettere di fare degli elenchi di aggettivi e di avverbi spettacolosi tutti attaccati al sostantivo, prima o dopo; se ce ne sono cinque, ognuno di loro vuol dire qualcosa, ma in italiano una struttura del genere è laboriosa, parlando non la useremmo. Se il traduttore ne sceglie solo due, è inevitabile che si perda qualcosa, ma qualcosa si perde lo stesso, perché stiamo traducendo un giornale che magari è uscito a Londra, letto da gente che è a Londra, magari cinque giorni prima o un mese prima, in inglese, e che mentre legge ha in mano un oggetto con grafica, titoli e immagini che non sono i nostri. Il testo cambia non solo perché è in italiano, ma perché è tutto il giornale che lo pubblica a essere diverso. Quindi secondo me una sana semplificazione, una sana potatura di parti che non ci sembrano rilevanti come nell’originale è importante.
È un lavoro difficile e spetta soprattutto a chi sta in redazione di trovare un modo di unire la semplicità dell’italiano a un po’ di brio per i lettori. Il traduttore non ha questo problema: deve darci semplicemente un testo corretto e con una lingua uniforme. Se trova una maniera di seguire gli standard di Internazionale bene, altrimenti ci lavoriamo di più di quel che vorremmo: per farla breve, più semplice è l’italiano e più dirette sono le forme, meglio è.

Che cosa si aspetta di trasmettere a coloro che assisteranno al suo intervento?

Spero almeno di convincere tutti i traduttori a usare l’italiano di quando si parla normalmente, non qualcosa di particolare, più “bello”. E di apprezzare la buona abitudine di fare sempre l’editor di tutto, di leggere tutto in maniera critica, non solo nel lavoro, anche in quel che si legge per strada, le pubblicità, i cartelli sui mezzi pubblici.
Vorrei dare uno stimolo a tutti perché tengano sempre le antenne molto alte su quante cose possono esserci in una frase e quanti sono i modi per dirla, e spero di trasmettere rispetto per parole che tendenzialmente quando scriviamo non usiamo perché siamo stati educati a considerarle di serie b. Un ultimo esempio che mi viene è “fare”, spesso sostituito da “effettuare”: in fondo quello che si effettua si fa. Così su due piedi una frase in cui “effettuare” non può essere sostituito da “fare” non mi viene in mente. Facciamo attenzione!