Abbiamo intervistato Andrea Spila, traduttore editoriale e tecnico, consulente Web e formatore online, fondatore e marketing manager di AlfaBeta s.r.l. e direttore di EST – European School of Translation. Andrea è anche uno degli organizzatori della Giornata del Traduttore, e il 19 ottobre terrà un laboratorio di traduzione tecnica dall’inglese per principianti, che lui preferisce definire “workshop avventuroso”. Rispondendo alle nostre domande, ci spiega il perché.

Qual è, secondo lei, l’atteggiamento che un traduttore principiante deve adottare, in generale, nelle sue prime esperienze di traduzione?
Al termine “principiante” di solito si collegano significati negativi, quindi una persona poco esperta, che ha competenze limitate, che non ha esperienza. Invece credo che il principiante debba considerare utile e importante la propria mente, il proprio atteggiamento, quella che si chiama “la mente del principiante”, perché deve considerare tutti gli aspetti positivi, per esempio la passione e la curiosità di cui dispone naturalmente, l’attenzione, la consapevolezza, l’attenzione ai dettagli. Il principiante deve dimostrare di essere capace, quindi ha un’attenzione che spesso l’esperto, che va più in modo automatico, non ha. Si parla spesso del fatto che la mente del principiante è un atteggiamento che dovrebbe avere, in qualche misura, anche l’esperto e non dimenticarsi di essere stato un principiante. Questo è fondamentale. Un altro aspetto importante è quello di avere una sorta di “verginità”, un’assenza di pregiudizi che può essere molto utile. Quindi bisogna partire da questo, alla produttività si pensa dopo. Bisogna considerare questi aspetti come importanti e utili per affrontare un testo tecnico.

Qual è il consiglio principale che darebbe a chi si affaccia per la prima volta alla traduzione tecnica?
L’aggettivo “tecnico” viene considerato negativamente: qualcosa di difficile, qualcosa da “addetti ai lavori”. Invece bisogna partire dall’idea che siamo tutti, in qualche modo, tecnici e che ognuno ha una particolare competenza tecnica: c’è chi è esperto di fotografia perché è il suo hobby, c’è chi è esperto di cucina, poi ci sono i “montatori di mobili Ikea” di cui oggi il mondo è pieno. Credo che sia importante partire da questo elemento: essere consapevoli di essere capaci di affrontare, per esempio, manuali tecnici, di saperli leggere e comprendere. Per la terminologia, questo è un elemento importante. Poi bisogna considerare che ci sono altri tecnici in giro oltre a se stessi, e che quindi ogni tanto si può fare la famosa “telefonata da casa” e chiamare l’amico, il fidanzato, ecc.

Secondo lei, un traduttore con una formazione umanistica, può realmente aspirare a una carriera come traduttore tecnico?
Un testo scritto da un tecnico di solito non funziona, perché un tecnico fondamentalmente scrive per un altro tecnico e non pensa di scrivere per i “non addetti ai lavori”. Un umanista, invece, è abituato a scrivere per tutti; un umanista può scrivere un catalogo poetico, un sito Web romanzesco, un catalogo prodotti filosofico. Credo che la capacità di scrittura che ha chi proviene da una formazione umanistica è preziosissima nella traduzione e nella scrittura.

In che modo si aspetta di arricchire coloro che parteciperanno al suo laboratorio pratico?
Si tratterà di un “workshop avventuroso”. Sarà un’avventura per tutti, compreso me: io stesso non so che testo mi verrà proposto, e come in un quiz mi arriverà la busta. Quindi affronteremo insieme un testo sconosciuto, sia come argomento sia come tipologia di testo; sarà un testo tecnico che i colleghi prepareranno e daranno a tutti noi partecipanti al workshop. È questo lo spirito che voglio trasmettere e condividere con i partecipanti, ossia lo spirito avventuroso che c’è ogni volta che iniziamo un testo tecnico, un testo nuovo. Prima abbiamo parlato della mente del principiante, del fatto che siamo tutti tecnici, che abbiamo delle competenze ma allo stesso tempo siamo sempre principianti; quindi ci metteremo a giocare con questo, ognuno mettendo in gioco le proprie competenze ma anche i propri limiti. Sarà un gioco di fantasia, di ruolo e necessariamente di parole. Faremo in modo che questo grande gioco da tavolo della traduzione diventi un adventure game nel quale saremo tutti quanti coinvolti nel cercare non solo di orientarci all’interno di un campo che non conosciamo, e quindi di “prendere le misure” in questo campo, ma anche poi di scrivere nel modo più efficace e migliore possibile per il nostro lettore, e qui entrerà in gioco l’altro elemento di cui parlavamo, ovvero il nostro essere linguisti. Ecco, questa è la scommessa di questo workshop.