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Dapprima giovane freelance, poi dirigente e consulente per grandi aziende di respiro internazionale, quindi fondatore della prima società di ricerche di mercato (Common Sense Advisory) nel settore dei servizi di traduzione e localizzazione, nel corso della sua ormai trentennale carriera Renato Beninatto ha esplorato una gamma impressionante di specializzazioni e incarichi professionali. Sarà lui il protagonista del keynote speech dell’edizione 2017 della Giornata del Traduttore, nel corso del quale ci accompagnerà alla scoperta dei meccanismi e delle considerazioni che maggiormente incidono sui comportamenti d’acquisto dei nostri clienti, sempre più interessati, oggi, alla traduzione come servizio a tutto tondo, che va ben oltre una semplice operazione di trasposizione linguistica.

Come vede il presente (e soprattutto il futuro) del nostro comparto? In attesa di saperne di più a Pisa, a ottobre, eccovi qualche anticipazione in questa intervista.

In oltre 25 anni di attività hai saputo diversificare e ampliare il tuo brand portandolo ben oltre la semplice fornitura di servizi di traduzione e localizzazione per trasformarlo in vera e propria consulenza aziendale di altissimo livello. Puoi raccontarci un po’ del tuo percorso?

Come molti della mia generazione, sono entrato nel mercato della traduzione senza avere una formazione ortodossa in quell’ambito. Avevo trascorso l’adolescenza in Europa per via del lavoro di mio padre, e una volta tornato in Brasile il semplice fatto che parlassi cinque lingue è bastato a far sì che iniziassi a tradurre. Ho cominciato con il cinema, e fatto anche alcune traduzioni tecniche, principalmente nel settore navale, in aiuto a un collega più esperto che mi ha insegnato tantissimo. Con il tempo ho iniziato a crearmi una mia base di clienti, e a metà degli anni Ottanta ho lanciato, insieme a mia moglie, un’agenzia di traduzioni a Rio de Janeiro. Non avevamo nemmeno i Pc, lavoravamo sulle macchine da scrivere. Negli anni Novanta, grazie alla progressiva informatizzazione dell’economia, si è iniziato a localizzare software: quello è diventato il nostro core business, e abbiamo iniziato a collaborare con diverse grandi aziende, aprendo una seconda sede in Argentina per fornire anche traduzioni verso lo spagnolo. Nel 1997 – ormai avevamo 65 dipendenti – la nostra società è stata acquisita da Berlitz, che all’epoca era la principale agenzia di traduzioni al mondo. Mi sono trasferito a New York, con l’incarico di direttore delle vendite. Visto il ruolo che ormai ricoprivo – responsabile delle vendite di una grande azienda internazionale – avrei avuto disperatamente bisogno di informazioni indipendenti sul nostro mercato di riferimento, ma quel genere di informazioni pareva introvabile. Ecco perché nel 2002 ho fondato Common Sense Advisory, espressamente allo scopo di raccogliere, analizzare  e fornire statistiche e dati imparziali sul mercato della traduzione mondiale. Sono stato anche consulente di Moravia, occupandomi dello sviluppo di strategie di crescita per l’azienda. Insomma, nel corso degli ultimi trentacinque anni ho assistito da vicino a tutte le evoluzioni del nostro settore, e sono stato testimone del suo trasformarsi progressivamente in un comparto sempre più professionale, sempre più ricco di opportunità.

Si cita spesso, in Rete, la tua osservazione secondo cui per un traduttore il vero valore aggiunto, per conquistare clienti, non è la qualità, perché la qualità è assodata, è presupposto implicito del nostro lavoro. Potresti spiegarci questa tua posizione? E se dovessi indicarci due o tre elementi che invece davvero fanno la differenza in termini di posizionamento, a tuo avviso quali sono i più importanti?

“La qualità non conta” è una frase che i più citano associandola a una serie di presentazioni che ho tenuto negli Stati Uniti per l’ATA. In realtà, ovviamente, è un’osservazione che non va presa alla lettera ma contestualizzata in tutti i dettagli della mia posizione. La qualità non conta come elemento di vendita, come fattore di differenziazione. E questo non perché sia un qualcosa di trascurabile, ma al contrario: perché la qualità è un qualcosa che si deve consegnare in tutti i casi. Nutro una grandissima fiducia nel mercato, e credo che esso sia in grado, spontaneamente, di eliminare quei traduttori che non riescono a offrire un livello di qualità sufficiente a soddisfarne le richieste. Inoltre, la qualità non è un dato assoluto, ma relativo. In genere, mi piace distinguere fra due tipi di contenuto: il “prevendita” e il “postvendita”. Nel “prevendita”, nel marketing, la qualità è essenziale: la traduzione dev’essere perfetta, perché il compratore abbia interesse a spendere i suoi soldi in quel dato prodotto. Nel “postvendita”, una volta che il cliente  è già stato acquisito, data per assodata la correttezza del contenuto, non è più la fine del mondo se manca una virgola o c’è una maiuscola fuori posto. Il meccanico che legge il manuale di mantenimento di una batteria riuscirà comunque a far bene il suo lavoro, anche se la punteggiatura non è perfetta.

Ho notato negli anni che la maggior parte dei clienti – che si tratti di agenzie di traduzioni o clienti finali – non compra tanto la qualità della traduzione, quanto la qualità del servizio: la disponibilità, la capacità di leggere e soddisfare i bisogni del cliente, il rispetto delle tempistiche di consegna e anche, in caso di errore, il tipo di servizio che il traduttore o l’agenzia offre per porvi rimedio. Viviamo in un mercato di servizi, e i clienti sono consumatori, proprio come tutti noi. Il mio consiglio è abbandonare l’autoreferenzialità, per prendere spunto da come lavorano altri erogatori di servizi. Passatemi il paragone: chi si prende troppo sul serio, chi si ancora alla formazione formale, agli attestati, ai corsi è un po’ come i tassisti che pretendono di avere solo diritti e di offrire servizi solo secondo gli standard e i termini da loro stabiliti. Il traduttore di successo dovrebbe seguire più il modello Uber: flessibilità e capacità di adattarsi alle esigenze del cliente. Perché quello che il cliente vuole non è solo la qualità. Il cliente vuole un buon servizio, che è fatto di molto altro oltre che di “qualità”.

In quest’ottica, che contributo possono dare secondo te la formazione e il networking in eventi come la GdT, per aiutare i traduttori a vedersi finalmente come imprenditori e non come semplici prestatori d’opera?

Credo moltissimo nel networking e nella formazione tra pari. La formazione formale, il percorso universitario, è senz’altro importante, ma in una professione di servizio ancor più importante è l’esperienza, la conoscenza rodata. Per me cliente conta molto di più un traduttore che abbia una formazione nel settore tecnico (ingegneria, diritto, medicina) in cui è chiamato a tradurre che non uno che abbia studiato traduzione per quattro anni e poi si vada a imparare su Wikipedia i termini tecnici di un comparto che non conosce. La traduzione vive quest’annosa dicotomia fra formazione linguistica e formazione professionale. Eventi di networking e aggiornamento come la Giornata del Traduttore servono proprio a colmare questo gap: i traduttori più giovani hanno l’opportunità di confrontarsi con colleghi più esperti, quelli già attivi da tempo hanno l’occasione di apprendere nuove tecniche, nuove esperienze e progredire nelle proprie competenze. Senza contare il vantaggio più immediato: malgrado i social media abbiano leggermente cambiato le cose, i traduttori restano ancora oggi professionisti che lavorano da soli, ed è importante che investano in eventi del genere per crearsi una rete di contatti, potenziali collaboratori in progetti di più ampio respiro, colleghi a cui delegare (o da cui ricevere) lavoro, professionisti da cui imparare nuove tecniche di marketing e autopromozione.

Ai fini del posizionamento assume sempre più importanza la presenza online. Secondo te quali sono gli strumenti più efficaci in questo ambito? Attivismo social, attività di blogging, un sito vetrina ben fatto?

Non sono un esperto di questi temi, ma posso parlare da consumatore, da acquirente di servizi di traduzione. In Rete pullulano i gruppi e i forum di professionisti (ce ne sono su Proz, su Facebook, su Linkedin) in cui ciascuno ha l’opportunità di interagire con i contenuti postati da altri. È una realtà che conosco bene, perché io stesso ho fondato il primo gruppo di traduttori dal portoghese (era ancora su Listserv) negli anni Novanta. In un gruppo, si vede subito chi sono i veri professionisti, i criticoni, i polemici. Io, come acquirente, ho sempre prestato particolare attenzione, sui social, a chi dà contributi positivi, a chi fa domande intelligenti. Questa tecnica di posizionamento professionale è a mio avviso il mezzo più efficace per costruire reputation. Chiedere un consulto (ovviamente non pigro, ma circostanziato) sulla resa più corretta di un termine vuol dire farsi delle domande, essere scrupolosi, capire quando chiedere aiuto. Più sterile l’atteggiamento di chi è sempre pronto a criticare gli altri, a ridicolizzare errori di traduzione altrui. Non serve a nulla: tutti commettiamo degli errori. Online come offline, in questa come in ogni altra attività, ciò che conta è essere presenti, positivi, collaborativi, aperti alla condivisione e pronti a dare (e chiedere) aiuto.